A Sarajevo

Sarajevo
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E' la fine degli anni '80, la Yugoslavia si dissolve a poco a poco, nazionalismi atavici e revanscismi etnici si affacciano di nuovo sul proscenio del presente e apprendisti carnefici si preparano a riportare in scena odi e tragedie che si pensavano ormai estinti in Europa dopo il secondo clonflitto mondiale. La guerra nei Balcani esplode, si infiamma e, come un Leviatano, infetta tutte le regioni dell'ex Yugoslavia; dalla Slovenia alla Vojvodina, dalle Krajna alla costa dalmata, dal Kosovo alla Erzegovina.
La biblioteca sefardita in fiamme, i colpi dei mortai sui mercati cittadini, i cecchini ebbri di rakija e odio a fare fuoco sugli uomini di Sarajevo, e poi Srebrenica, dove 8000 musulmani bosniaci vengono massacrati dai carnefici di Mladic davanti agli occhi indifferenti dei caschi blu olandesi. Queste sono solo alcune delle immagini che la storia ci ha consegnato del dramma che ha investito i Balcani, e in particolar modo la Bosnia, agli inizi degli anni '90. E sono stati necessari più di centomila morti perché si arrivasse nel '95 agli accordi di Dayton e le parti in causa firmassero una tregua.
Una tregua non corrisponde però a una pace e infatti, a ventisette anni di distanza da quegli orrori, di nuovo un vento di odio sta attraversando la Bosnia. Milorad Dodik, leader nazionalista della Repubblica Srpska, l'entità politica che con la Federazione croato-bosgnacca compone la Bosnia Herzegovina, ha dichiarato di voler creare forze armate serbe esterne all'esercito regolare e multietnico del Paese.
E' da tempo che in Bosnia è tangibile un desiderio di secessione su base etnica, ma mai si era arrivati ad ascoltare dichiarazioni come quelle formulate dal politico ultranazionalista serbo. Un passo dopo l'altro, dal negazionismo di Srebrenica al militarismo su base etnica, sembra che si stia rimettendo in scena uno dei copioni più drammatici della nostra contemporaneità. Paolo Rumiz, scrittore, giornalista e uno dei massimi esperti della regione, sulle colonne della Stampa, ha dichiarato: ''con memorie contrapposte, una crisi economica perenne e una realtà governata da veri e propri banditi; il rischio che la guerra ricominci è fortissimo''. Parole che fanno paura ma che la comunità internazionale deve tenere in massima considerazione se non vuole macchiarsi, per la seconda volta in pochi anni, di errori che già una volta si sono rivelati fatali e imperdonabili.